sabato 20 maggio 2017

Fantasmi


Partendo dal "cadavere squisito", un racconto dai toni malinconici e cupi.

Fantasmi
Racconto di Sara Marcante, 24 aprile 2017

Era ancora presto, quel giorno, quando Marzia attraversò il cortile che separava la palazzina direzionale dall’officina, eppure era già buio. Nel capannone, invece, c’era una luce calda, ramata. Tutti erano indaffarati, non la notarono neppure mentre passava vicino agli uffici di produzione, rasente al muro, per poi fermarsi a metà del capannone. Lì, nascosta dietro una fila di armadietti metallici, c’era una scala che scendeva verso un locale interrato in cui si trovavano gli spogliatoi.
Arrivata in fondo alla scala si arrestò, tese l’orecchio per accertarsi che non ci fosse nessuno, poi si fece coraggio e aprì lentamente la porta, guardandosi intorno: gli spogliatoi erano vuoti. Sulla destra c’erano gli armadietti di metallo con i nomi dei lavoratori, rivestiti di poster, foto, disegni di bambini. A sinistra, un umido e buio corridoio su cui si aprivano le docce.
Marzia percorse il corridoio, che terminava con una porticina molto stretta e molto più bassa del normale, tanto che la maniglia era all’altezza delle ginocchia e bisognava abbassarsi per entrare. Nel piccolo locale, un gradino più giù, avvertì un intenso e insano odore di muffa, umido e chiuso. Anche il silenzio era fastidioso, ovattato, rotto solo dal brusio di un vecchio neon.
In mezzo a questa stanzetta, piena di scaffali semivuoti, c’era una seconda porticina. Non l’aveva mai aperta, le avevano detto che dietro c’era un corridoio cieco che non portava da nessuna parte. Ma quella era l’ultima volta che entrava in quel locale, non ci sarebbe stata un’altra occasione…. Spostò gli scatoloni, talmente infradiciati dalla muffa che si sfaldavano al solo toccarli, appoggiò la mano sulla maniglia e la abbassò. Era chiusa. Non sapeva se essere delusa o sollevata, così riprese il suo lavoro: doveva portare via tutte le scatole, dentro c’era il vestiario per gli operai che dopo due mesi in quel posto era quasi da buttare. Doveva anche chiuderle con il nastro adesivo, ma era difficile tenere insieme il cartone fradicio.
Mentre terminava di ricomporre l’ultimo scatolone, le venne in mente che forse nel mazzo di chiavi c’era anche quella della porticina. Le recuperò dalla serratura: non ci aveva fatto caso, ma c’erano due chiavi. Appoggiò il nastro adesivo su uno scaffale e prese la seconda chiave, che entrò a fatica; eppure, quando la girò, con un colpo secco fece scattare la serratura e la porta si aprì.
Non sembrava esserci nessun interruttore e il buio nell’angusto corridoio era quasi totale; eppure entrò, confidando che gli occhi si sarebbero abituati. Le avevano detto che il corridoio arrivava fin sotto il vecchio ufficio programmazione: cinque, massimo dieci metri più in là.
Appoggiando le mani sulle pareti fredde avanzò di qualche passo. Mentre avanzava a tentoni il buio la avvolse, ma poco dopo le parve di vedere una luce.
“Forse non è un corridoio cieco,” pensò. “Magari è una specie di cavedio che corre sotto gli uffici e prende luce da qualche presa d’aria…”
Ma la luce non sembrava provenire dal soffitto, né comunque dall’alto; era davanti a lei, come un alone sfuocato. Le parve di udire anche dei rumori: tintinnii seguiti da brevi cigolii, e… un sibilo, simile a un respiro.
Forse sarebbe stato più prudente tornare indietro, ma le gambe proseguirono da sole. Mentre si avvicinava, la luce prese forma: c’era un uomo, poco più avanti, chino e intento a lavorare. Adesso lo vedeva distintamente: aveva una vecchia tuta grigia, rattoppata, sporca di grasso e ragnatele; i capelli bianchi, le spalle curve. Era magro, ma sembrava mettere molta energia in quello che faceva. Davanti a lui, appoggiata su due cavalletti, una lunga barra di metallo piena di buchi, in cui lui infilava delle viti che prelevava da una scatolina verde che sembrava sporgere dal muro. Dopo aver messo una vite, l’uomo prese un avvitatore elettrico da una mensola dietro di lui, una mensola che fino a pochi istanti prima non si vedeva, e avvitò la vite nella barra, come se ciò servisse a qualcosa. Le sue spalle squadrate e ossute si sollevarono, nello sforzo.
Poi rimise a posto l’avvitatore, prese un’altra vite e ricominciò. Lei restò a guardarlo per un po’, non sapeva nemmeno se lui l’avesse vista.
Marzia non l’aveva mai notato in azienda, ma sentiva di conoscerlo. Dopo un po’ gli si avvicinò.
«Ciao Sergio,» lo salutò, come se davvero si conoscessero, «cosa stai facendo?»
Lui non si voltò nemmeno a guardarla. Alzò gli occhi e sospirò, guardando un orologio. Anche quello, che segnava le quattro e mezza, prima non c’era.
«Non ce la farò nemmeno stasera…» sussurrò scuotendo la testa.
«Dovresti essere già in pensione, Sergio…» osservò lei.
Già. Sergio. In quel momento le venne improvvisamente in mente la sua storia: stava per andare in pensione, ma il giorno in cui avrebbe dovuto presentare finalmente le dimissioni aveva avuto un infarto. Era rimasto tre mesi in ospedale, senza più svegliarsi.
Non sapeva come faceva a conoscere quella vecchia storia, risaliva a qualche anno prima, eppure la sapeva, come se qualcuno gliela avesse appena raccontata.
«Devo finire per le cinque,» la sorprese l’uomo con una voce rauca. «Così posso andare all’ufficio del personale con le dimissioni. Ma prima devo finire, non posso andarmene se non ho finito!»
Le 16.35. Non poteva farcela, c’erano molte viti ancora nella scatola e quel pezzo di metallo informe sembrava una lunghissima fetta di groviera.
Marzia si rimboccò le maniche.
«Ti aiuto io.»
Lui sorrise e le passò una manciata di viti. Erano fredde, unte, faceva fatica a tenerle in mano, ma ne prese una alla volta e le infilò nei buchi. Lui le avvitò senza più perdere tempo a rimettere a posto l’avvitatore.
Non aveva senso, eppure Marzia continuò a infilare viti, guardando di continuo l’orologio.
Alla fine si accorse di avere una sola vite in mano; la infilò.
Vzzz Vzzz. L’avvitatore chiuse l’ultimo buco. Il volto di Sergio era radioso: erano le 16.59.
Tirò fuori un foglio stropicciato da una tasca.
«Posso portare le dimissioni,» esclamò con la voce rotta dall’emozione. Più avanti, pochi passi dopo di lui, si intravedeva una porta. Marzia era certa che prima non ci fosse, ma ormai non si stupiva più.
«Dove devo andare, per l’ufficio del personale?» le chiese avviandosi, «Non conosco la strada. Su o giù?»
«Su» gli rispose lei senza esitare. «Siamo nei sotterranei, l’ufficio del personale è al piano terra. Giù non ci devi andare…»
«Grazie per l’indicazione,» esclamò l’uomo sorridendo, «meno male che tu sei già stata all’ufficio del personale. E grazie per l’aiuto, non ce l’avrei mai fatta!»
«Vai, ora,» gli disse lei spingendolo delicatamente sulla spalla. Dalla tuta si sollevò una nuvola di polvere. Ma da quanto tempo era qui, Sergio?
Lui si voltò e scomparve dietro la porta.
Marzia rimase al buio. Dietro di lei udì in lontananza la sirena delle cinque. Presto gli operai sarebbero tornati negli spogliatoi, non poteva andarsene finché non avessero finito.
Sempre a tentoni tornò alla porticina e si ritrovò nel locale, con le sue scatole impacchettate. Dalla grata intravedeva le sagome degli operai, sentiva le loro voci, anche se sembravano lontane. Alcune le conosceva: Raffaele, Angelo, Salvatore, Ciro…
Sorrise, era piacevole sentirli così allegri, e aspettò che finissero.
Dopo dieci minuti gli uomini si dileguarono veloci e lei poté uscire, passando dallo spogliatoio che non puzzava più di muffa, adesso, ma di doccia schiuma, shampoo e deodorante.
L’officina era vuota e lei ritornò senza fretta in ufficio. Il suo capo era chino sulla sua scrivania, non la vide nemmeno.
Fuori pioveva a dirotto ed era ormai buio pesto. Il capannone degli uffici era ricoperto di luci gialle e arancioni, che avrebbero dovuto trametterle allegria, energia e calore, invece quello che provava era un senso di vuoto e di freddo. Incrociò alcuni colleghi, che sollevarono le mani come per salutarla ma non la guardarono.
Marzia si sentì improvvisamente estranea, lontana, come se non dovesse essere lì. Osservò l’asfalto del piazzale sotto di lei, divorato da quelle pozzanghere nere e lucide che continuavano a ingrandirsi, mentre gli scrosci della pioggia coprivano ogni altro suono con il loro fragore assordante. Si rese conto che quelle luci, quei luoghi e quei volti non le appartenevano più.
Lei, ormai, era altrove.

1 commento:

G.Pillan ha detto...

Grazie, Sara, per aver inaugurato il blog con un nuovo racconto. Da parte mia provo a inaugurare i commenti, che a mio parere completano il senso delle pubblicazioni. Diversamente da altre tue storie, questa qui sull'ansia da "fine vita lavorativa" mi ha un po' annoiato nonostante il tema sia "forte". Contemporaneamente mi ha emozionato richiamandomi alla mente l'ultimo mio giorno lavorativo alla fabbrica delle stampanti di Caluso, dove ho dato i miei primi sei anni post laurea con impegno ed entusiasmo. Passai quel venerdì del 1997 a riordinare il laboratorio, la scrivania, i documenti e il reparto. Passai il pomeriggio a salutare colleghi, operaie, amministrazione e persino le operaie della ditta esterna, portando bibite, salatini e pasticcini. Alle 17:30 dell'ultimo mio giorno di lavoro chiesi al Direttore un permesso per entrare al sabato mattina. Non si stupì più di tanto: io non ero riuscito a finire le ultime lettere, le ultime istruzioni, l'ultimo rapporto. Quando, quell'assurdo sabato, finalmente uscii definitivamente dalla fabbrica vuota, non riuscii a controllare le lacrime. Tanto non mi vide nessuno.

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